Intervista
La ricerca presentata al Congresso 2026 dell’Accademia europea di Dermatologia e Venereologia mette in guardia sulla qualità delle informazioni dermatologiche diffuse sui social. Su 38 video analizzati, quasi tutti contenevano almeno un’affermazione potenzialmente fuorviante.
La promessa è quella di una pelle perfettamente liscia, uniforme, idratata e così luminosa da sembrare di vetro. È la “glass skin”, uno degli ideali di bellezza più diffusi sui social, strettamente legato alla crescente popolarità della skincare coreana, o K-Beauty.
Ma dietro routine composte da numerosi passaggi, sieri, acidi, essenze e creme si nasconde un problema tutt’altro che estetico: la qualità delle informazioni dermatologiche condivise online.
A sollevare il tema è una ricerca presentata al Congresso 2026 dell’Accademia europea di Dermatologia e Venereologia (EADV), a Vienna, condotta dai ricercatori dell’Istituto di Dermatologia Santa Casa da Misericórdia di Rio de Janeiro.
Quasi nove video su dieci non considerano il tipo di pelle
Lo studio ha preso in esame 38 tra i video più popolari su TikTok dedicati alla skincare coreana e alla “glass skin”, individuati attraverso cinque diverse chiavi di ricerca.
I contenuti sono stati valutati sulla base dell’accuratezza delle affermazioni dermatologiche, delle informazioni relative alla sicurezza, della qualità e dell’affidabilità.
Il risultato è netto: quasi il 95% dei video conteneva almeno un’affermazione potenzialmente fuorviante.
Non solo. Nell’84% dei casi non venivano considerate le differenze tra i vari tipi di pelle. Un aspetto particolarmente rilevante, considerando che una routine efficace e tollerabile per una persona può provocare irritazioni o peggiorare alcuni problemi cutanei in un’altra.
Nel 45% dei video, inoltre, venivano suggerite combinazioni di più principi attivi senza fornire indicazioni di sicurezza adeguate. Il 32% prometteva invece risultati immediati.
Numeri che mostrano quanto la ricerca della pelle “perfetta” sui social possa trasformarsi in una corsa a moltiplicare prodotti e trattamenti, spesso senza una reale conoscenza delle possibili conseguenze.
La sicurezza quasi completamente assente
È proprio questo uno degli aspetti che ha colpito maggiormente i ricercatori.
“Ciò che ci ha maggiormente sorpreso è stata la costante assenza di informazioni di base sulla sicurezza”, osserva l’autrice principale dello studio, Maria Lúcia Paysano.
Su 38 video analizzati, soltanto uno menzionava il rischio di irritazione. Appena due affrontavano il tema della protezione solare. Nessuno parlava del possibile rischio di dermatite da contatto e nessuno suggeriva di rivolgersi a un dermatologo.
Un dato particolarmente significativo se si considera che la K-Beauty viene spesso raccontata attraverso routine molto articolate, nelle quali possono essere sovrapposti numerosi prodotti e diversi ingredienti attivi.
Tutti i video analizzati sono stati classificati dai ricercatori come inaffidabili o scarsamente affidabili.
Chi dà i consigli sulla skincare?
Anche l’origine dei contenuti contribuisce a spiegare il problema.
Circa l’82% dei video era realizzato da influencer non medici, mentre l’11% proveniva da brand del settore beauty e l’8% da altri creatori di contenuti dedicati alla bellezza. Nessuno dei video analizzati era stato prodotto da dermatologi.
Il dato evidenzia una contraddizione tipica dell'informazione sulla salute nell'era dei social: i contenuti che raggiungono il maggior numero di persone non sono necessariamente quelli prodotti da chi possiede le competenze necessarie per fornire indicazioni mediche.
“La popolarità di questi contenuti” e la qualità delle informazioni offerte, sottolinea Paysano, mostrano un netto divario.
Quando troppi prodotti possono diventare un problema
La skincare coreana nasce da una filosofia che punta soprattutto su prevenzione, idratazione, delicatezza e costanza. Il cosiddetto layering consiste nell'applicazione stratificata di diversi prodotti, generalmente dalle formulazioni più leggere a quelle più ricche, con l'obiettivo di mantenere la pelle idratata e in equilibrio.
Il problema, però, non è necessariamente il numero di passaggi in sé. È l'idea che una routine vista online possa essere replicata indistintamente da chiunque.
La pelle non è uguale per tutti e la tolleranza agli ingredienti può variare sensibilmente. L'utilizzo contemporaneo di diversi principi attivi, soprattutto quando vengono introdotti rapidamente o utilizzati in concentrazioni elevate, può aumentare il rischio di irritazione, esfoliazione eccessiva e compromissione della barriera cutanea.
Secondo i ricercatori, seguire queste routine senza una guida personalizzata può inoltre contribuire a riacutizzazioni dell'acne e ad altri problemi cutanei, soprattutto quando vengono combinati diversi attivi.
La “glass skin” non è una diagnosi dermatologica
Il successo della “glass skin” racconta anche un cambiamento nel modo in cui viene percepita la salute della pelle.
L'ideale proposto dai social è quello di una superficie cutanea estremamente luminosa, uniforme e priva di imperfezioni. Ma una pelle sana non deve necessariamente apparire come nei video filtrati o nelle immagini promozionali.
La K-Beauty può rappresentare un approccio interessante alla cura quotidiana della pelle, soprattutto per la sua attenzione all'idratazione, alla prevenzione e alla regolarità. A trasformare una routine in un possibile rischio è piuttosto la sua applicazione automatica, senza considerare le caratteristiche individuali e senza conoscere gli ingredienti che si stanno utilizzando.
Il messaggio che emerge dalla ricerca è quindi semplice: la viralità non è una garanzia di affidabilità. Prima di replicare una routine diventata popolare su TikTok, è importante distinguere tra un consiglio estetico e un'informazione dermatologica, verificare gli ingredienti e prestare attenzione ai segnali della propria pelle.
Perché, nel tentativo di ottenere una pelle “di vetro”, il rischio è di dimenticare la cosa più importante: la pelle non è un trend e non tutte le routine sono adatte a tutti.